Il mondo sta impazzendo per i dazi di Trump, che da sempre sono imposti da un governo quando vuole tutelare le produzioni interne e se una volta rappresentavano l’entrata classica di ogni nazione, da decenni ormai nei paesi più evoluti si tassa di più il reddito che non le merci, ma per produrre redditi bisogna guadagnare, lavorare, far produrre i propri cittadini o il reddito (e quindi le imposte) non si realizza.
Rappresentano così una mossa protezionistica utile (perché questo è il punto fondamentale) se un paese o un gruppo di paesi sono sufficientemente forti sia nel campo produttivo interno che nel disporre di un mercato capace di assorbire i prodotti in modo “autarchico”.
Gli USA sono un grande paese e godono di entrambi questi vantaggi, con buona parte della filiera produttiva al proprio interno (ovvero disponendo di materie prime minerarie, agricole e di manodopera) ma godendo anche di un grande mercato “in house” capace di assorbire i prodotti.
Da questo punto di vista le mosse di Trump sono quindi logiche, anche per contenere il deficit federale, ma certamente danneggiano gli esportatori verso gli USA.
A differenza di quello che succedeva un secolo fa, ma anche nel dopoguerra, tutti i mercati mondiali sono ora interconnessi, ma molti paesi (immaginiamo l’Unione Europea come unico blocco) non dispongono delle materie prime e quindi debbono ricorrere, per produrre, anche ai mercati esterni (si pensi al gas, al petrolio, ai prodotti minerali rari) e quindi devono comprare “fuori” per realizzare le loro produzioni.
Se la decisione USA è di comportarsi così, per l’UE ci sono poche possibilità: o si apre una guerra di muscoli per tassare di più tutti gli scambi o si produce a minor costo per essere comunque competitivi o ci si adegua a consumare “autarchico” anche noi.
In realtà l’assorbimento USA delle esportazioni europee è importante ma non decisivo, soprattutto se l’UE avesse altri grandi e diversificati mercati e fosse più indipendente nella produzione, ma non lo è.
Abbiamo politicamente deciso di chiudere con la Russia e quindi importiamo energia a prezzo più caro, siamo molto attenti alle politiche del lavoro e dell’ambiente e quindi produciamo più caro, non abbiamo coltivato contatti privilegiati con altri mercati (la Cina lo sta facendo da decenni con l’Africa e il terzo mondo, magari rapinando, ma intanto i contatti e i crediti ce li ha) mentre ci siamo chiusi come europei in una torre d’avorio con la puzza sotto il naso.
Questa è la realtà, c’è poco da lamentarsi e l’UE deve prendere delle decisioni conseguenti, piacciano o meno.
Ma attenzione, perché le scelte di Trump sono anche “politiche” oltre che economiche: sono un dissuasore, un elemento di pressione, una minaccia cui fare ricorso con la potenza anche militare – oltre che economica – che ci sta dietro.
Non so se a medio termine i dazi minacciati verranno poi tutti applicati o comincerà invece una politica di “sconti” per chi seguirà politicamente gli USA, ma credo di sì perché alla lunga converrà anche a Trump.
Al concreto forse l’Europa dovrebbe intanto pensare ad avere un altro atteggiamento con la Russia al di là del conflitto ucraino, rilanciare fortemente i rapporti con la Cina e soprattutto i paesi emergenti del mondo che dall’Africa all’Asia abbiamo abbandonato, essere più “autarchici” nei consumi e limitare le importazioni dagli USA all’indispensabile, oltre che puntare a quelle produzioni strategiche (si pensi al fotovoltaico) per cui dipendiamo troppo da terzi. Ricette di base che di sicuro necessitano però di un mercato interno europeo più forte, unito, solidale.
Nell’economia ciascuno pensa sempre al proprio interesse, da quello domestico a quello nazionale o continentale, ma se non si fa “gruppo” più si è piccoli più si è deboli perché si subisce e non si impone.
Certo non possiamo essere contemporaneamente green, sociali, solidari, armati, competitivi e autarchici se non facendo sacrifici.
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