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Politica

NON SI DÀ PACE

ROBERTO CECCHI - 04/04/2025

trumpFrancamente non sapevo neanche esistesse la «sindrome del cane pazzo». Pare sia una forma di follia che si manifesta in alcuni individui delle tribù indiane dei Crow e dei Sioux. Guerrieri che han perso l’onore dopo un trauma, per una serie di delusioni patite nella vita sociale. E per questo, non seguono più le regole del gruppo. Diventano compulsivamente aggressivi, molesti, pericolosi.

Come quei cani che, per strada, senza una ragione, cercano di morderti. Non sai perché lo fanno, non sai che cosa scateni la loro aggressività. Ma bisogna stare alla larga da loro, perché sono imprevedibili. Puoi anche essere dall’altra parte della strada, ma t’inseguono comunque, per morderti. Diventano pericolosi per gli altri e per sé. Perché pur di prenderti, corrono in mezzo alla strada, nel traffico e rischiano di farsi travolgere. Non avvertono il pericolo, finché non si fanno male davvero. Solo allora, capiscono che il rischio è reale e questo può farli rinsavire (Richard Baldwin, La Stampa, 27.3.25).

Difficile dire se sia una sindrome diagnosticata veramente. Ma c’è chi giura che sia il disagio che affligge (lui e noi) il nuovo presidente degli Stati Uniti (se si guarda allo staff, bisogna pensare ad una pandemia). Che ha, inutile dirlo, un atteggiamento aggressivo verso qualsiasi cosa e contro chiunque gli si avvicini. Non sai mai come possa andare a finire. In poco più di un mese, ha messo a soqquadro l’universo mondo, i dazi, i territori, le guerre, gli alcolici, le donne, i gay, le università, la ricerca. Non si dà pace e non ne dà. Soffre sicuramente di un atteggiamento compulsivo che probabilmente gli deriva dalla mancata rielezione del 2021, insieme alla brutta storia dell’assalto a Capitol Hill, nella quale ebbe sicuramente un ruolo, che lo ha portato ad un passo dall’arresto. Ma per sapere come stanno davvero le cose, bisognerebbe chiederlo ad un bravo psichiatra e sapere se il trauma è quello, oppure se è così di suo.

Di certo, quando asseriva – e lo ha fatto continuamente per ben quattro anni – che le elezioni di Biden fossero state truccate, non dava l’impressione di mentire sapendo di mentire. Sembrava onestamente offeso, colpito, toccato, turbato. Era la faccia di uno che pensava davvero di essere stato gabbato. E invece ormai, dopo le tante verifiche che sono state fatte, siamo certi che fu assolutamente tutto regolare. Dunque? È la sindrome da cane pazzo? Probabilmente è una malattia più grave. Interpreta il disagio di una paese che improvvisamente è diventato insicuro di sé, dopo la grande recessione del 2008-2009, innescata alla crisi dei subprime e del mercato immobiliare, che ancora morde l’immaginario e soprattutto la realtà economica.

È la sindrome di un paese indebolito, impegnato a rimarginare ferite ancora aperte, dai processi di deindustrializzazione e di delocalizzazione prodotti tra gli anni Novanta e il Duemila, che hanno ridotto il numero di occupati nel manifatturiero “da circa 17 milioni e 500 mila a 11 milioni e 500 mila, non più del 7/8% della forza lavoro complessiva” (Del Pero 2025).

È la sindrome di un paese che prima ha vissuto un rapporto privilegiato col mercato cinese e ora lo ripudia. Inizialmente, ha stabilito una sorta di vassallaggio, creando le condizioni per un feeling commerciale di considerevoli dimensioni, finchè i rapporti non si sono invertiti, quando, tra il 2001-2008, il deficit commerciale degli Stati Uniti con la Cina è passato da 83 a 268 miliardi di dollari (ibid.).

Giorgia Meloni, la nostra presidente del Consiglio, ci ammonisce dicendo che è infantile, adesso, mettersi a scegliere tra Europa e Stati Uniti. Probabilmente è vero. Bisogna aver pazienza, aspettare e vedere. Ma bisogna capire in fretta se dietro questa frenesia da cane pazzo, che tutti preoccupa, ci sia un progetto o è semplicemente un’eccitazione patologica. Qualunque sia la diagnosi, non si tratta di una prognosi a breve e non si risolve con qualche esibizione muscolare, alla Schwarzenegger. Dunque, non mettiamoci a scegliere il campo di gioco, lasciamolo fare ad altri, e vediamo di creare in fretta le condizioni per un’Europa capace di essere un solido interlocutore internazionale, un baluardo di civiltà. La storia non aspetta.

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