Non è ancora detta l’ultima parola. È difficile prevede, come abbiamo illustrato in un precedente articolo, se la scalata di Bper alla Banca popolare di Sondrio andrà in porto. Una scalata che potrà avere due effetti contrapposti: da una parte la creazione di un nuovo grande gruppo bancario, il terzo in Italia, dall’altra la progressiva scomparsa di una banca che è stata, e per ora rimane, un esempio di efficienza, di vicinanza al territorio, di crescita, di sviluppo di quello spirito cooperativo che è stato uno dei punti forti del sostegno di quelle piccole e medie imprese che costituiscono la spina dorsale dell’economia italiana.
Si compirebbe così un nuovo passo di quella dinamica che negli ultimi anni, anche con la complicità della politica, ha aperto la strada a quello che è stato chiamato il gigantismo bancario, una dinamica non solo italiana: basti pensare all’acquisizione lo scorso anno del Credit suisse, sull’orlo del fallimento, da parte di Ubs.
Si creano così banche grandi che vengono definite “troppo grandi per fallire” (too big to fail) perché in caso di difficoltà non potrebbero essere acquisite da altri istituti e si imporrebbe, per tutelare il risparmiatore, un intervento di salvataggio da parte dello Stato.
Un altro grande problema è che con questa tendenza alle aggregazioni si viene a perdere quella “biodiversità” che nel sistema finanziario, come nella natura, garantisce una valorizzazione dei caratteri specifici di ogni realtà. L’Italia è stata nel tempo un esempio positivo: banche private accanto a banche pubbliche, banche popolari di fianco a casse di risparmio, banche nazionali insieme a banche strettamente locali. Certo, ci sono stati anche fallimenti e dissesti, ma derivanti non tanto dalla forma giuridica dell’istituto, quanto dalla cattiva gestione e dagli interessi privati con azioni talvolta penalmente rilevanti.
Le più accurate indagini, come quella curata da Marco Onado dell’Università Bocconi, hanno dimostrato come sia positiva la presenza di banche radicate sul territorio. “Le community banks -spiega Onado – svolgono una funzione importante nell’economia del nostro Paese. La diversità aumenta l’efficienza e la resistenza dell’ecosistema bancario. La ricerca scientifica e i dati Bce conferma che le banche piccole e medie possono essere efficienti e redditizie”.
Secondo l’economista Stefano Zamagni, “il ruolo delle banche di territorio continua ad essere fondamentale perché le medie e piccole dimensioni sono del tutto compatibili con redditività ed efficienza, come avviene con le multinazionali “tascabili” mentre, caso mai, sono le grandi dimensioni a costituire un pericolo per il sistema”.
Il sistema bancario dovrebbe valorizzare le potenzialità dell’economia e della società. I legami con il territorio e con la popolazione, come quelli delle banche popolari, hanno costituito dall’Ottocento ad oggi un valore aggiunto importante anche nell’ottica della sostenibilità sociale. Un valore che rischia sempre più di essere disperso per l’effetto della corsa alle grandi dimensioni. Una corsa che annulla la presenza delle banche locali: basti pensare alla chiusura di tutte le filiali del Credito valtellinese in provincia di Varese dopo l’acquisizione da parte di Crédit Agricole. Un corsa che mette la parola fine anche alle iniziative di solidarietà che le banche popolari, attraverso le loro fondazioni, hanno portato avanti con passione e partecipazione.
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