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Attualità

DIO VIETATO

FABIO GANDINI - 21/02/2025

persecuzioneNei telegiornali italiani, congestionati di politica e “fuffa” fruibile dal popolino, così come nei giornali italiani, sempre più carenti alla sezione “esteri” (carenti di interesse, di corrispondenti “sul campo, di approfondimenti…), fatte salve le inevitabili eccezioni, l’argomento fa sempre meno notizia.

Ciò, però, non esclude che la notizia ci sia.

I cristiani perseguitati nel mondo esistono e sono tanti. In soccorso arriva la Rete a dirci quanti esattamente: 380 milioni, un dato che si accompagna a quello sui cristiani uccisi (4476 nel 2024) e rapiti (3775 sempre nello stesso anno).

Sono i numeri che si possono leggere sulla World Watch List 2025, pubblicata dall’associazione italiana e internazionale Porte Aperte/Open Doors, che dal 1995 è impegnata nella ricerca sul campo di cause e soluzioni alla persecuzione, fornendo supporto, materiale, aiuti in situazioni di emergenza, letteratura, formazione e assistenza ai cristiani che soffrono a causa della loro fede.

Uno sguardo al sito internet di riferimento (www.porteaperteitalia.org) è una lettura facile, interessante e rivelatrice, perché apre il suo obbiettivo su angoli di mondo, anche inaspettati, in cui il concetto di libertà religiosa vacilla se non è proprio completamente assente (nelle situazioni più gravi), in un silenzio assordante non solo mediatico, ma anche afferente l’intero sistema delle relazioni internazionali, la cui attenzione è oggi catalizzata da altri problemi.

I report annuali della Word Watch List, diffusi da Porte Aperte, mettono in ordine gli Stati a seconda del grado di persecuzione attuato verso chi professa la fede cristiana. I livelli sono tre: estrema, molto alta, alta. La classifica che ne deriva ha solo 50 posizioni: i Paesi in cui gli atti persecutori sono meno preoccupanti (fino ad arrivare a quelli in cui non si registra alcun tipo di discriminazione o impedimento) non vengono presi in considerazione.

Il report 2025 vede ai famigerati primi dieci posti la Corea del Nord, la Somalia, lo Yemen, la Libia, il Sudan, l’Eritrea, la Nigeria, il Pakistan, l’Iran e l’Afghanistan. Molti di questi Stati sono accomunati dal fatto di essere territori in subbuglio politico/militare, sprovvisti di una stabile guida governativa e dilaniati dalla guerra. Altrettanti sono invece legati tra loro dall’essere Stati “confessionali”, nei quali l’Islam è ben più di una “Religione di Stato”.

La Corea del Nord, tuttavia, non appartiene né al primo, né al secondo degli ambiti. Qui l’ostacolo principale alla libertà religiosa è l’impenetrabile e fanatica dittatura della famiglia Kim, la cui presenza porta i pochi cristiani a rischiare la deportazione nei campi di lavoro o addirittura la morte se scoperti. L’intolleranza religiosa è insomma totale, inarrivabile, estrema: “Persino i cittadini nordcoreani fuggiaschi non sono al sicuro. Coloro che si rifugiano in altri Paesi, in particolare in Cina, rischiano di essere catturati e rimpatriati, andando incontro a punizioni orribili”, si legge nel report.

Non va molto meglio né in Somalia, né nello Yemen. Nel Paese del Corno d’Africa, il gruppo militare islamista Al-Shabab “impone una forma rigorosa di Sharia (legge islamica) ed è impegnato a sradicare il cristianesimo dalla nazione” e “la persecuzione per i cristiani proviene anche dalle stesse famiglie e comunità”. Nello Yemen, Paese ormai distrutto dalla guerra civile e amministrato da tre forze governative in continuo conflitto tra loro, “nessuna di queste forze è favorevole ai cristiani, e la costituzione ufficiale sostiene la Sharia senza garantire alcuna libertà di religione. L’1% degli yemeniti che appartengono a religioni minoritarie è gravemente emarginato”.

Più di tutto quanto finora riportato, però, fa forse ancora più specie apprendere che tra i cinquanta della World Watch List 2025 ci siano realtà che appartengono al “primo” o al “secondo” mondo, o sono piuttosto vicine a noi, o sono mete assodate di turismo, o sono interlocutori decisivi sulla scena politica internazionale. Come non citare fra le sorprese dunque l’India, il Marocco, la Turchia, l’Egitto, la Tunisia, il Qatar, persino il Messico? Per tutti basterebbe una frase del capitolo dedicato alla Tunisia, dove coloro che si convertono dall’Islam al cristianesimo sono considerati “portatori di vergogna per le loro famiglie. E possono essere rifiutati e minacciati”.

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