Giorno dopo giorno gli interventi e le decisioni del presidente americano costituiscono spesso motivi di sorpresa, talvolta di speranza (come nel caso delle guerre), il più delle volte di allarme. La volontà di cambiamento appare fin troppo evidente. Ma con più rischi che opportunità. Tra i primi provvedimenti firmati dal presidente americano Donald Trump vi sono i due ordini esecutivi per l’uscita degli Stati Uniti dall’Organizzazione mondiale della sanità e dall’Accordo sul clima del 2015. Due decisioni che rendono ancora più grave la crisi del sistema multilaterale di cooperazione internazionale costruito nel secondo dopoguerra.
L’accordo di Parigi può essere considerato uno dei passi più significativi nell’impegno di piccoli e grandi paesi per un’azione unitaria per mitigare il riscaldamento globale, accettando di ridurre le emissioni di gas serra con l’obiettivo quella che viene chiamata la neutralità carbonica entro la metà del secolo.
Gli Stati Uniti, dopo la Cina, sono tra i principali responsabili dell’aumento dei gas serra, ma non sono pochi né poco importanti, i paesi i cui governi possono avere più di una tentazione per seguire le scelte americane.
Sul fronte della sostenibilità non ci si può fermare ai temi climatici. Tra le prime decisioni del nuovo inquilino della Casa Bianca ci sono stati infatti una serie di interventi per fare marcia indietro su molti fronti di carattere sociale. In primo piano c’è la chiusura dell’Agenzia governativa UsAid che gestiva progetti per 70 miliardi dollari all’anno per sostenere e dare solidarietà alle popolazioni in difficoltà dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina, ma anche dell’Europa dell’Est.
Voluta dal presidente John F. Kennedy negli anni ’60, per contrastare la crescente influenza dell’Unione sovietica nei paesi in via di sviluppo, UsAid ha comunque realizzato importanti interventi per i profughi, la salute delle donne, gli ospedali da campo nelle zone di conflitto, i soccorsi, la ricostruzione, l’eliminazione delle mine antiuomo, l’accesso all’acqua pulita, la sicurezza energetica, i farmaci contro il colera o per milioni di persone affette da Hiv.
Ma anche sul fronte interno il nuovo vento del liberismo sovranista si è fatto sentire con l’abolizione dei programmi sociali negli uffici pubblici, i tagli agli interventi assistenziali, la riduzione dei finanziamenti ai piani sanitari, l’abolizione delle regole che eliminavano la discriminazione “diversità, equità e inclusione” (Dei) nella forza lavoro federale. Una nota della Casa Bianca ha spiegato che «assunzioni federali, promozioni e revisioni delle prestazioni premieranno l’iniziativa individuale, le competenze, le prestazioni e il duro lavoro e non, in nessun caso, i fattori, gli obiettivi, le politiche, i mandati o i requisiti relativi ai Dei».
Con Trump sono messe a dura prova le politiche di sostenibilità che hanno caratterizzato negli ultimi anni il sistema occidentale sia sul fronte economico che su quello sociale. La critica alle strategie di riequilibrio ambientale sembra andare infatti di pari passo con la riduzione degli interventi assistenziali, con i tagli alla spesa pubblica, con l’abbandono dei programmi, anche a livello aziendale e scolastico, di integrazione e di inclusione. Una svolta che sembra mandare il mondo alla deriva più che verso nuovi positivi orizzonti.
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